Racconto di Michele Pinto
- Vai a quel paese!
- Luigi calmati!
- Calmarmi? Con tutto quello che mi è successo tutto quello che sai dirmi è “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”. Bell’amico sei. Ospitami qualche giorno a casa tua, dammi un aiuto per farmi perdonare, un contatto per trovare lavoro... No, mi dai un libro, gran bello sforzo, grazie Claudio.
- OK, adesso sei arrabbiato, ti capisco. Dormici su e ne riparliamo.
Sotto lo sguardo incredulo di Luigi Claudio si allontana lasciandolo solo con il libro ed i suoi pensieri.
Non avrebbe dimenticato facilmente quel sabato 25 ottobre. La mattina Daria, sua moglie, lo aveva scoperto in un atteggiamento inequivocabile con la segretaria.
In un solo colpo Luigi fu sbattuto fuori di casa e perse il lavoro (l’azienda era del padre di Daria).
La prima cosa che gli venne in mente fu di chiamare il suo amico di sempre, Claudio, ma questo se ne era uscito con quella storia assurda del libro.
- Se ne è andato davvero. “Dormici su” dice. Facile per lui, io non so nemmeno dove andrò a dormire stanotte. Magari quel libro lo userò come cuscino su una panchina e mi cambierà la vita curandomi la scogliosi. Che razza di amico!
In un impeto di rabbia Luigi scagliò il libro per terra. Ne uscì un foglietto di carta. Sopra era annotato un codice, un orario ed un luogo, l’aeroporto. Senza nemmeno rendersene conto, prese l’autobus verso l’aeroporto.
- Daria non mi perdonerà mai. Ho 45 anni, ho sempre lavorato nella stessa azienda, sono abituato a spendere tanto. Cosa mai potrò fare?
Una voce interruppe i suoi pensieri: “Biglietto, prego”. Non aveva il biglietto, non aveva nemmeno pensato ci volesse un biglietto per salire sull’autobus, abituato come era a viaggiare in taxi.
- Ora lo cerco. Lo avevo messo qui… sono un po’ distratto.
Infilò le mani nel cappotto come per cercare il biglietto imbastendo una patetica scenetta per tentare di impietosire il controllore. Le sue mani incontrarono il libro di Claudio e, senza che lo avesse notato prima, trovò un pezzo di cartoncino utilizzato come segnalibro. Lo mostrò al conduttore. “Si va bene, grazie”.
Incredulo guardò il cartoncino, era proprio un biglietto, ed era stato obliterato solo poco prima. Confuso aprì il libro per leggerlo, ma l’autobus si fermò davanti all’aeroporto, mancava poco all’orario scritto nel biglietto e rinunciò a leggere avviandosi al banco informazioni, scoprendo che quel codice era in realtà un biglietto aereo acquistato via internet.
Finalmente si accomodò sulla sua poltrona pronto a prendere il volo. Tanta era la preoccupazione per quello che stava accadendo nella sua vita e lo stupore per quel viaggio impossibile che non pensò nemmeno a chiedere quale fosse la destinazione del volo. “Se devo ricominciare una nuova vita un posto vale l’altro”.
Approfittando della calma finalmente aprì il libro ed iniziò a leggere. Il volume spiegava le teorie sulla Relatività: “Più aumenta la velocità più il tempo rallenta e la massa aumenta. Il limite massimo è la velocità della luce, 300.000 metri al secondo, a quella velocità il tempo soggettivo si ferma. Se si andasse oltre quella velocità si tornerebbe indietro nel tempo”.
Luigi non aveva la minima voglia di pensare a questioni scientifiche, chiuse il libro e si addormentò.
I suoi sogni furono agitati, ripensò agli ultimi mesi, quando aveva assunto quella nuova segretaria, a come l’aveva corteggiata, non perché ne fosse innamorato ma semplicemente per mettere alla prova il suo fascino 45enne. Ripenso a come finalmente lei aveva ceduto alla sua corte, più per non contrariare il suo capo che per altro e a come erano stati scoperti proprio quella mattina.
Poi il sogno lo riportò più indietro nel tempo, ricordò il suo matrimonio, i bei momenti passati insieme a Daria, sua figlia Ilaria, e tante altre cose che aveva perso per sempre. Era molto più triste la perdita della sua famiglia che la perdita del suo lavoro e della sua agiatezza economica.
Fu svegliato dalla voce del capitano: “Stiamo per atterrare a Roma, la temperatura esterna è di 10°C, l’ora locale segna le 17:45 di venerdì 24 ottobre. Grazie per aver volato Relative AirLines”.
- Roma? Ma siamo partiti da Roma che senso ha tutto questo?
Luigi non fece caso alla data. Sceso dall’aereo si avviò verso l’uscita, pensoso. Si svegliò dal suo torpore solo quando una bambina gli si gettò addosso in corsa gridando: “Papà!”
- Ilaria? E ci sei anche tu Daria!
Luigi era convinto di sognare ma Daria si avvicinò e gli diede un leggero bacio sulle labbra. Fu il sapore di quel bacio a fargli capire che era tutto vero. “Ci sei mancato”.
“Domani mi porti a Perugia per la fiera del cioccolato?” chiese la bambina.
Luigi si sentì trasalire. Era la stessa cosa che le aveva chiesto sua figlia il giorno prima. Aveva risposto che non poteva, anche se era sabato sarebbe dovuto andare ad un’importante colazione di lavoro con la sua segretaria e dei clienti stranieri. Ovviamente era una scusa.
- Certo! Sono felice di passare una giornata con le mie donne.
sabato 25 ottobre 2008
Racconto di Marialetizia Dipalma
Due ore, due ore dopo le dodici.
Silenzio tutt'intorno. Nell'aria calda solo qualche coraggiosa cicala ad interrompere la quiete pomeridiana.
Due ore, due ore dopo le dodici.
Per strada solo l'ansimare d'un cane – canemezzo il suo nome-, qualche foglia danzante con il vento, una vecchia che s'affretta a raccogliere i panni stesi – quando il cucuzzolo si ricopre di nuvole è segno che il temporale è vicino – ed in lontananza, dalla vecchia osteria in fondo al vicolo, lo sferraglio di posateria degli ultimi ritardatari.
Due ore, due ore dopo le dodici.
Cicaleggia l'aria e il cielo par quasi rispondergli, accennando timido qualche tuono. Per strada il canemezzo, le foglie, la vecchia che tira via i panni, il cielo gonfio ed un uomo.
Un uomo. Per terra una valigia di pelle cremisi.
E' sceso da una corriera mezza sgangherata e fumosa due ore, due ore dopo le dodici.
Che poi, cosa ci facesse quell'uomo a quell'ora d'un pomeriggio di luglio caldo e tuoneggiante in mezzo alla strada con una valigia di pelle cremisi è lunga e misteriosa cosa da dirsi, affascinante quanto la vita che ti sorprende nelle sue pieghe nascoste ed inaspettate, doloroso come il malanimo che serpeggia talvolta nelle ossa, lieve come l'amara dolcezza del ricordo.
Ma torniamo all'uomo.Lui è ancora li.
Fermo ed immobile in mezzo alla strada calda. Una maglietta di lino bianca, un pantalone beige, ha le scarpe vecchie ed lo sguardo azzurro del cielo. Cinquant' anni forse. Portati male dico io.
Si guarda intorno, cerca con lo sguardo qualcosa di familiare ma si sente straniero come chi torna dopo tanto tempo, come chi lontano da tutto e da tutti non ritrova più nulla di se stesso nelle cose vissute da fanciullo. Le case, le strade tutto sembra strano ora che lui è tornato, anche il temporale che sta arrivando, - aveva ragione il vecchio detto – anche il temporale non sembra più lo stesso di quando bambino, gli occhi appoggiati al davanzale, ne temeva ed invocava l'arrivo.
Insomma quell'uomo è lontano ed è perso e mentre cerca un sasso, una foglia, una qualsiasi cosa a cui aggrappare il ricordo, d'improvviso si volta e incontra lo sguardo furbo e sornione del cane che attratto da quella roba cremisi abbandonata per terra ha appena pisciato sulla valigia.
L'uomo lo guarda. Non gli importa se il cane ha fatto quello che ha fatto. Lui si sente perso e non sa che fare. Sembra pentito di essere sceso da quella corriera due ore dopo le dodici.
Ma ora sono le tre ed il vecchio campanile suona... Don don don ... e l'uomo ha un sussulto ..
“allora- pensa- qualcosa c'è ancora, qualcosa è ancora immobile come lo era prima, qualcosa è rimasto in questo posto a ricordarmi di me”. Preso da questo momento di commozione, incurante della valigia mezza pisciata dal cane, s'incammina ed un moto del cuore lo sospinge verso la donna che lo attende dall'altra parte della strada.
E' giovane la donna ed è bella. Ha lunghi capelli neri, lucenti come velluto e gli occhi scuri come pozzi artesiani. Ve la dovete immaginare questa donna, è come una statua, altera e umile nello stesso tempo con un vestito leggero mosso dal vento portato da quell'uomo triste, un po' vecchio, con la valigia di pelle cremisi.
I due si guardano e nulla si dicono se non dirsi tutto nel silenzio assordante di quel pomeriggio. Sono parole silenziose che escono dagli occhi , emozioni raggrumate dal tempo, sedimentate dai 10 lunghi anni di lontananza che li hanno separati.
Sono vicini l'uomo e la donna e mentre la pioggia comincia a bagnare l'asfalto bollente ed il canemezzo cerca rifugio tra i tavolini di plastica accatastati in un angolo, s'abbracciano per lunghi istanti, raccontandosi nelle carezze sul viso quello che non potrebbero dire in altro modo, e l'abbraccio è insieme passione e perdono, un balsamo che addolcisce i “perchè te ne sei andato, io ti ho aspettato tutto questo tempo ti credevo morto ti odio ti odio ” ed altera lo spazio, il tempo, la pioggia che ora scende come cascata, il cielo diventato nero come pece, le campane che suonano incessanti, i mille occhi nascosti alle finestre - ce ne sono sempre in tutti i paesi quando scende un uomo da una corriera – l'odore acre delle foglie di platano bagnate dalla pioggia.
Il tempo non esiste più. Il canemezzo è scomparso, tutto ora è fermo di nuovo.
L'uomo si scosta dalla donna, si china per terra, apre la valigia color cremisi.
Ne estrae un libro, pieno di segni, ingiallito come le dita delle sue mani che puzzano di nicotina, lo prende e lo porge alla donna.
“Prendi: questo libro ti cambierà la vita”
Poi s'incammina verso il vicolo in salita. Va a casa l'uomo.
La donna guarda il libro. Se lo porta al seno, come una madre un figlio. Ne tocca il dorso e poi con un leggero sguardo voluttuoso ne legge il titolo:
“Due ore dopo le dodici.”
E d'improvviso la vita torna a muoversi suonano le campane, s'aprono le finestre, cessa di piovere e un timido sole illumina il canemezzo che scondinzolando annusa l'angolo della strada.
Silenzio tutt'intorno. Nell'aria calda solo qualche coraggiosa cicala ad interrompere la quiete pomeridiana.
Due ore, due ore dopo le dodici.
Per strada solo l'ansimare d'un cane – canemezzo il suo nome-, qualche foglia danzante con il vento, una vecchia che s'affretta a raccogliere i panni stesi – quando il cucuzzolo si ricopre di nuvole è segno che il temporale è vicino – ed in lontananza, dalla vecchia osteria in fondo al vicolo, lo sferraglio di posateria degli ultimi ritardatari.
Due ore, due ore dopo le dodici.
Cicaleggia l'aria e il cielo par quasi rispondergli, accennando timido qualche tuono. Per strada il canemezzo, le foglie, la vecchia che tira via i panni, il cielo gonfio ed un uomo.
Un uomo. Per terra una valigia di pelle cremisi.
E' sceso da una corriera mezza sgangherata e fumosa due ore, due ore dopo le dodici.
Che poi, cosa ci facesse quell'uomo a quell'ora d'un pomeriggio di luglio caldo e tuoneggiante in mezzo alla strada con una valigia di pelle cremisi è lunga e misteriosa cosa da dirsi, affascinante quanto la vita che ti sorprende nelle sue pieghe nascoste ed inaspettate, doloroso come il malanimo che serpeggia talvolta nelle ossa, lieve come l'amara dolcezza del ricordo.
Ma torniamo all'uomo.Lui è ancora li.
Fermo ed immobile in mezzo alla strada calda. Una maglietta di lino bianca, un pantalone beige, ha le scarpe vecchie ed lo sguardo azzurro del cielo. Cinquant' anni forse. Portati male dico io.
Si guarda intorno, cerca con lo sguardo qualcosa di familiare ma si sente straniero come chi torna dopo tanto tempo, come chi lontano da tutto e da tutti non ritrova più nulla di se stesso nelle cose vissute da fanciullo. Le case, le strade tutto sembra strano ora che lui è tornato, anche il temporale che sta arrivando, - aveva ragione il vecchio detto – anche il temporale non sembra più lo stesso di quando bambino, gli occhi appoggiati al davanzale, ne temeva ed invocava l'arrivo.
Insomma quell'uomo è lontano ed è perso e mentre cerca un sasso, una foglia, una qualsiasi cosa a cui aggrappare il ricordo, d'improvviso si volta e incontra lo sguardo furbo e sornione del cane che attratto da quella roba cremisi abbandonata per terra ha appena pisciato sulla valigia.
L'uomo lo guarda. Non gli importa se il cane ha fatto quello che ha fatto. Lui si sente perso e non sa che fare. Sembra pentito di essere sceso da quella corriera due ore dopo le dodici.
Ma ora sono le tre ed il vecchio campanile suona... Don don don ... e l'uomo ha un sussulto ..
“allora- pensa- qualcosa c'è ancora, qualcosa è ancora immobile come lo era prima, qualcosa è rimasto in questo posto a ricordarmi di me”. Preso da questo momento di commozione, incurante della valigia mezza pisciata dal cane, s'incammina ed un moto del cuore lo sospinge verso la donna che lo attende dall'altra parte della strada.
E' giovane la donna ed è bella. Ha lunghi capelli neri, lucenti come velluto e gli occhi scuri come pozzi artesiani. Ve la dovete immaginare questa donna, è come una statua, altera e umile nello stesso tempo con un vestito leggero mosso dal vento portato da quell'uomo triste, un po' vecchio, con la valigia di pelle cremisi.
I due si guardano e nulla si dicono se non dirsi tutto nel silenzio assordante di quel pomeriggio. Sono parole silenziose che escono dagli occhi , emozioni raggrumate dal tempo, sedimentate dai 10 lunghi anni di lontananza che li hanno separati.
Sono vicini l'uomo e la donna e mentre la pioggia comincia a bagnare l'asfalto bollente ed il canemezzo cerca rifugio tra i tavolini di plastica accatastati in un angolo, s'abbracciano per lunghi istanti, raccontandosi nelle carezze sul viso quello che non potrebbero dire in altro modo, e l'abbraccio è insieme passione e perdono, un balsamo che addolcisce i “perchè te ne sei andato, io ti ho aspettato tutto questo tempo ti credevo morto ti odio ti odio ” ed altera lo spazio, il tempo, la pioggia che ora scende come cascata, il cielo diventato nero come pece, le campane che suonano incessanti, i mille occhi nascosti alle finestre - ce ne sono sempre in tutti i paesi quando scende un uomo da una corriera – l'odore acre delle foglie di platano bagnate dalla pioggia.
Il tempo non esiste più. Il canemezzo è scomparso, tutto ora è fermo di nuovo.
L'uomo si scosta dalla donna, si china per terra, apre la valigia color cremisi.
Ne estrae un libro, pieno di segni, ingiallito come le dita delle sue mani che puzzano di nicotina, lo prende e lo porge alla donna.
“Prendi: questo libro ti cambierà la vita”
Poi s'incammina verso il vicolo in salita. Va a casa l'uomo.
La donna guarda il libro. Se lo porta al seno, come una madre un figlio. Ne tocca il dorso e poi con un leggero sguardo voluttuoso ne legge il titolo:
“Due ore dopo le dodici.”
E d'improvviso la vita torna a muoversi suonano le campane, s'aprono le finestre, cessa di piovere e un timido sole illumina il canemezzo che scondinzolando annusa l'angolo della strada.
Jeremy
Racconto di Jonathan Martinangeli
Io non lo volevo prendere quel libro. Invece Jeremy insisteva con quella sua espressione convinta e ferma, di colui che sa, di colui che ha la verità assoluta in tasca e per un attimo decide di condividerla.
Io non lo volevo prendere quel libro. Così inodore, così incolore, così insignificante ed innocuo.
Dall’ultima volta mi ero sinceramente ripromessa che non avrei mai più letto un libro innocuo in vita mia. La vita non l’avevo ancora venduta ed io mantengo sempre le promesse. Dopo aver gustato la pienezza e la consistenza del tuorlo come puoi tornare all’albume viscido.
Io non lo volevo prendere quel libro. Desideravo avere tra le mani qualcosa di pericoloso, uno strumento imprevedibilmente imprevedibile. Avevo voglia di un mucchio di carta capace di colpirmi direttamente lì alla bocca dello stomaco, dove colpiva mio fratello da piccoli quando litigavamo. Non avrei mai dimenticato quei pugni ed allo stesso modo non avrei voluto mai dimenticare un libro che avevo letto…bè non proprio allo stesso modo.
Certamente, quel bacio furtivo passionale rubato alla ragazza del tuo migliore amico nel bagno della scuola, il fuoco ardente nel rosso dei capelli della tua professoressa di inglese, la lingua ruvida a l’alito fetente del tuo cane alle sette di mattina o lo sguardo commosso e soddisfatto di tua madre il giorno della tua laurea. Neanche questo l’avrei mai dimenticato per fortuna, ma era diverso.
Io non lo volevo prendere quel libro. Non volevo che chissà, magari qualche illustre semi-sconosciuto, che se ne va spasso con una castagna in tasca per prevenire i malanni di quest’autunno umido e frizzante mi consigliasse un libro da leggere. Del resto si sa, i libri non si scelgono. Tu puoi solamente fare una prima selezione in base al colore della copertina, al titolo o alla grandezza, se vuoi allo spessore, all’odore della carta. Se proprio non hai alternative puoi rifugiarti dall’autore che conosci o che hai sentito nominare alla tele come uno che scrive bene. Il prezzo, secondo me, è in assoluto tra le ragioni poco plausibili, la meno fantasiosa delle scuse, in coda alla classifica delle banalità su cui basare la propria scelta.
L’unico fatto certo è che poi, alla fine della fiera, sono i libri a scegliere te.
Io non lo volevo prendere quel libro. Non mi aveva scelto e ne ero sicura al cento per cento. Loro ti chiamano e spesso lo fanno a gran voce, ma stavolta non mi aveva chiamato nessuno punto e basta. Del resto se non li senti non è che si possano affibbiare colpe qua e la, è il destino, è come nascere in un posto invece che in un altro. Ovviamente puoi non ascoltarli se non vuoi averci niente a che fare, bè…quello però è un problema tuo e non è il mio caso.
Io non sentivo nessuna voce, nessuna chiamata, niente squilli, ne sussurri, ne fischi. Niente “ehilà…sono qua sotto tra i suicidi Horby e i Capitani Oltraggiosi di Lansdale”, niente, niente di niente, niente di niente di niente.
C’era solamente lo sguardo di Jeremy a fissarmi, era la filtrato dalla montatura demodè di tartaruga degli occhiali. Odiavo quel tipo di montatura. Quello però si che lo sentivo, lo percepivo e l’avrei percepito anche se fossi stata cieca. Accomodante e sereno mi guardava come un Buddha bello ciccio, lucido e seminudo, che avvolto da un mare denso e arancione di stoffe preziose catechizza e rasserena i suoi fedeli. Potevo quasi sentire l’aroma dell’incenso. Stava catechizzando anche me, così senza parlare, solo con la sua coscienza interiore, quel maledetto e pacato essere luminoso. Tu che tutto sai e tutto vedi, hai scelto me come tua figlia e con me vuoi condividere il segreto della serenità che a quanto pare sembra essere racchiuso in un libro.
Io non lo volevo prendere quel libro. Volevo solamente entrare in questo negozietto tutto polvere e muffa, dall’aspetto decrepito, vagabondare in penombra tra gli scaffali rastrellando la maggior quantità possibile di colonie di batteri ultracentenari col dito medio della mano sinistra e rimanere li sospesa da sola con me stessa. Ma non andò esattamente così. Quando incontrai il caramello familiare del cappotto di Jeremy mi resi subito conto che non avevo idea di cosa mi sarebbe capitato e così fu. Parlammo ed uscimmo dal negozio. Parlammo e camminammo e parlammo. Camminammo e lui mi parlò con tono semplice e leggero ed io ascoltai il mio profeta con attenzione ed umiltà. Poi io parlai e lui mi ascoltò. Camminammo. E parlammo.
Io non lo volevo prendere quel libro. Ma davanti alla vecchia quercia bagnata e quasi spoglia, tra la nebbia e l’odore della terra umida disse: “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”.
Io non lo volevo prendere quel libro...
Così lo presi.
Io non lo volevo prendere quel libro. Invece Jeremy insisteva con quella sua espressione convinta e ferma, di colui che sa, di colui che ha la verità assoluta in tasca e per un attimo decide di condividerla.
Io non lo volevo prendere quel libro. Così inodore, così incolore, così insignificante ed innocuo.
Dall’ultima volta mi ero sinceramente ripromessa che non avrei mai più letto un libro innocuo in vita mia. La vita non l’avevo ancora venduta ed io mantengo sempre le promesse. Dopo aver gustato la pienezza e la consistenza del tuorlo come puoi tornare all’albume viscido.
Io non lo volevo prendere quel libro. Desideravo avere tra le mani qualcosa di pericoloso, uno strumento imprevedibilmente imprevedibile. Avevo voglia di un mucchio di carta capace di colpirmi direttamente lì alla bocca dello stomaco, dove colpiva mio fratello da piccoli quando litigavamo. Non avrei mai dimenticato quei pugni ed allo stesso modo non avrei voluto mai dimenticare un libro che avevo letto…bè non proprio allo stesso modo.
Certamente, quel bacio furtivo passionale rubato alla ragazza del tuo migliore amico nel bagno della scuola, il fuoco ardente nel rosso dei capelli della tua professoressa di inglese, la lingua ruvida a l’alito fetente del tuo cane alle sette di mattina o lo sguardo commosso e soddisfatto di tua madre il giorno della tua laurea. Neanche questo l’avrei mai dimenticato per fortuna, ma era diverso.
Io non lo volevo prendere quel libro. Non volevo che chissà, magari qualche illustre semi-sconosciuto, che se ne va spasso con una castagna in tasca per prevenire i malanni di quest’autunno umido e frizzante mi consigliasse un libro da leggere. Del resto si sa, i libri non si scelgono. Tu puoi solamente fare una prima selezione in base al colore della copertina, al titolo o alla grandezza, se vuoi allo spessore, all’odore della carta. Se proprio non hai alternative puoi rifugiarti dall’autore che conosci o che hai sentito nominare alla tele come uno che scrive bene. Il prezzo, secondo me, è in assoluto tra le ragioni poco plausibili, la meno fantasiosa delle scuse, in coda alla classifica delle banalità su cui basare la propria scelta.
L’unico fatto certo è che poi, alla fine della fiera, sono i libri a scegliere te.
Io non lo volevo prendere quel libro. Non mi aveva scelto e ne ero sicura al cento per cento. Loro ti chiamano e spesso lo fanno a gran voce, ma stavolta non mi aveva chiamato nessuno punto e basta. Del resto se non li senti non è che si possano affibbiare colpe qua e la, è il destino, è come nascere in un posto invece che in un altro. Ovviamente puoi non ascoltarli se non vuoi averci niente a che fare, bè…quello però è un problema tuo e non è il mio caso.
Io non sentivo nessuna voce, nessuna chiamata, niente squilli, ne sussurri, ne fischi. Niente “ehilà…sono qua sotto tra i suicidi Horby e i Capitani Oltraggiosi di Lansdale”, niente, niente di niente, niente di niente di niente.
C’era solamente lo sguardo di Jeremy a fissarmi, era la filtrato dalla montatura demodè di tartaruga degli occhiali. Odiavo quel tipo di montatura. Quello però si che lo sentivo, lo percepivo e l’avrei percepito anche se fossi stata cieca. Accomodante e sereno mi guardava come un Buddha bello ciccio, lucido e seminudo, che avvolto da un mare denso e arancione di stoffe preziose catechizza e rasserena i suoi fedeli. Potevo quasi sentire l’aroma dell’incenso. Stava catechizzando anche me, così senza parlare, solo con la sua coscienza interiore, quel maledetto e pacato essere luminoso. Tu che tutto sai e tutto vedi, hai scelto me come tua figlia e con me vuoi condividere il segreto della serenità che a quanto pare sembra essere racchiuso in un libro.
Io non lo volevo prendere quel libro. Volevo solamente entrare in questo negozietto tutto polvere e muffa, dall’aspetto decrepito, vagabondare in penombra tra gli scaffali rastrellando la maggior quantità possibile di colonie di batteri ultracentenari col dito medio della mano sinistra e rimanere li sospesa da sola con me stessa. Ma non andò esattamente così. Quando incontrai il caramello familiare del cappotto di Jeremy mi resi subito conto che non avevo idea di cosa mi sarebbe capitato e così fu. Parlammo ed uscimmo dal negozio. Parlammo e camminammo e parlammo. Camminammo e lui mi parlò con tono semplice e leggero ed io ascoltai il mio profeta con attenzione ed umiltà. Poi io parlai e lui mi ascoltò. Camminammo. E parlammo.
Io non lo volevo prendere quel libro. Ma davanti alla vecchia quercia bagnata e quasi spoglia, tra la nebbia e l’odore della terra umida disse: “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”.
Io non lo volevo prendere quel libro...
Così lo presi.
Problemi reazione vita
Racconto di Francesco Gentilucci
IL mio problema maggiore era di scegliere un giusto anticalcare. Pubblicità del cazzo. Passavo più di un ora impallato da quei programmi in tv e mi sentivo peggio che se mi fossi fatto uno spinello. Altro che calma piatta, quel cazzo di scatolone mi stava succhiando l’esistenza. E non c’era nemmeno niente di meglio da fare che starsene seduti ad aspettare che la polvere mi cadesse addosso come la neve fa d’inverno. Cadendo su tutto, depositandosi lentamente, felice, triste, allegro o vivo che potevo essere. Tutto quello che mi concedevo di fare era di guardare la televisione, non ero mai in vena di uscire, con la mandria di frenesia della gente che sentivo fuori. Di addormentarmi poi, non se ne parlava proprio, il mio corpo si rifiutava di starsene in posizione orizzontale più di 7 ore a notte. Mi svegliavo intorpidito dal sonno, cercando di scrollarmi di dosso l’ultima essenza di depravazione, che mi rattrappiva come una morsa. Ecco quello che succedeva ogni mattina: mi svegliavo, facendomi succhiare l’esistenza da qualche cazzo di specchio che mi guardava autoritario pronto a trovarmi mille difetti, e proprio quando mi sentivo pronto per uscire dovevo affrontare la prova di stare ore a farmi stordire la vita da qualche fottuto capo o gente che faceva continuamente domande e sapeva sempre meglio di me cosa dovevo fare. Arrivato all’ora di pranzo ingollavo senza gusto qualcosa alla svelta per tirarmi su, lasciandomi stuprare i polmoni da qualche sigaretta e lo stomaco da un caffè amaro sceso dalla macchinetta in plastica. Tornato dalla pausa ricominciavo come prima. Tornavo con la mia cazzo di macchina la sera, rigata puntualmente da qualche frocietto con le chiavi, mentre era parcheggiata, incazzandomi con qualsiasi cosa o persona che si trovava in traiettoria con le ruote della macchina. Arrivavo a casa e mi sentivo solo. Ma non era solitudine, era vuoto. Per placare la solitudine bastava chiamare qualche amico o la ragazza per farmi compagnia e finiva tutto. Invece con il vuoto non potevo farci niente. E non ero un poveraccio indifeso con un obbiettivo che non riusciva a realizzare. Ero uno che fino a qualche anno fa era una persona “normale”, con un lavoro e tutto il resto. Poi ci fu il libro. Trovandomi sbronzo un sabato sera fra dei barboni, rimanendo due gironi per strada, stringendo la vita più di qualsiasi altra amicizia avessi avuto nei miei 25 anni di vita. Poi il lunedì ricominciai tutto da capo. Cercando di sfogare tutta la rabbia battendo i diti sul computer, mentre i miei altri colleghi punzecchiavano la tastiera con mille suoni uguali che mi davano a dir poco sui nervi. Ti sei mai chiesto dove va tutta questa rabbia? Non svanisce mica sui tasti del computer. Io lo so dove va a finire, me lo ha spiegato un barbone per strada. Arricchisce la tua anima e poi puoi decidere tu se fartela succhiare o no dalle cose. “Prendi questo libro, ti cambierà la vita.” mi disse quel barbone. Tutti i passanti pensavano fosse uno psicopatico, ma io ero troppo gentile e ubriaco per rifiutare, quindi accettai di buon grado e barattai quell’oggetto con un quartino di vino brucia-budella che avevo con me. Mi ricordai di averlo dopo qualche giorno, quando avevo già ripreso il lavoro e stavo svuotando gli ultimi residui di sbronza.
Era vuoto.
Pensai subito che dovevo scriverci su qualcosa, o che cercando fra le pagine avrei trovato qualcosa di già scritto. Ma niente. Nemmeno una singola cazzo di parola. Dopo aver pensato che quell’uomo fosse veramente psicopatico capii qualcosa. Lo appoggiai aperto sul tavolo con accanto una penna, pronto per scriverci qualcosa di importante non appena ne avessi avuta l’occasione. Dopo due mesi non c’ era assolutamente niente. Iniziai a pensare a tutta la mia vita in quel momento, a quanto mi sentissi vuoto, al passato, al presente e quella stupida invenzione che è il futuro che ci rovina da sempre l’esistenza assillandoci su cosa potrebbe succedere. Forse un libro non mi ha cambiato l’esistenza, o forse si. Non so se ho voltato pagina o se forse avrei dovuto giudicare i libro guardando la copertina. Quello che più conta è che su una pagina scrissi qualcosa: PROBLEMI REAZIONE VITA. Senza sintassi.
Cosa me ne faccio ora del libro? Niente.
Se mai vi incontrerò baratterò il libro con qualcosa da mettere sotto i denti. Le pagine sono ancora completamente bianche.
Bianche perchè la pagina che ho scritto non c’è più, la porto in tasca stretta con me mentre cerco di addormentarmi, fra il freddo di questa notte e il rumore delle macchine rigate che sfrecciano incazzate per la strada.
IL mio problema maggiore era di scegliere un giusto anticalcare. Pubblicità del cazzo. Passavo più di un ora impallato da quei programmi in tv e mi sentivo peggio che se mi fossi fatto uno spinello. Altro che calma piatta, quel cazzo di scatolone mi stava succhiando l’esistenza. E non c’era nemmeno niente di meglio da fare che starsene seduti ad aspettare che la polvere mi cadesse addosso come la neve fa d’inverno. Cadendo su tutto, depositandosi lentamente, felice, triste, allegro o vivo che potevo essere. Tutto quello che mi concedevo di fare era di guardare la televisione, non ero mai in vena di uscire, con la mandria di frenesia della gente che sentivo fuori. Di addormentarmi poi, non se ne parlava proprio, il mio corpo si rifiutava di starsene in posizione orizzontale più di 7 ore a notte. Mi svegliavo intorpidito dal sonno, cercando di scrollarmi di dosso l’ultima essenza di depravazione, che mi rattrappiva come una morsa. Ecco quello che succedeva ogni mattina: mi svegliavo, facendomi succhiare l’esistenza da qualche cazzo di specchio che mi guardava autoritario pronto a trovarmi mille difetti, e proprio quando mi sentivo pronto per uscire dovevo affrontare la prova di stare ore a farmi stordire la vita da qualche fottuto capo o gente che faceva continuamente domande e sapeva sempre meglio di me cosa dovevo fare. Arrivato all’ora di pranzo ingollavo senza gusto qualcosa alla svelta per tirarmi su, lasciandomi stuprare i polmoni da qualche sigaretta e lo stomaco da un caffè amaro sceso dalla macchinetta in plastica. Tornato dalla pausa ricominciavo come prima. Tornavo con la mia cazzo di macchina la sera, rigata puntualmente da qualche frocietto con le chiavi, mentre era parcheggiata, incazzandomi con qualsiasi cosa o persona che si trovava in traiettoria con le ruote della macchina. Arrivavo a casa e mi sentivo solo. Ma non era solitudine, era vuoto. Per placare la solitudine bastava chiamare qualche amico o la ragazza per farmi compagnia e finiva tutto. Invece con il vuoto non potevo farci niente. E non ero un poveraccio indifeso con un obbiettivo che non riusciva a realizzare. Ero uno che fino a qualche anno fa era una persona “normale”, con un lavoro e tutto il resto. Poi ci fu il libro. Trovandomi sbronzo un sabato sera fra dei barboni, rimanendo due gironi per strada, stringendo la vita più di qualsiasi altra amicizia avessi avuto nei miei 25 anni di vita. Poi il lunedì ricominciai tutto da capo. Cercando di sfogare tutta la rabbia battendo i diti sul computer, mentre i miei altri colleghi punzecchiavano la tastiera con mille suoni uguali che mi davano a dir poco sui nervi. Ti sei mai chiesto dove va tutta questa rabbia? Non svanisce mica sui tasti del computer. Io lo so dove va a finire, me lo ha spiegato un barbone per strada. Arricchisce la tua anima e poi puoi decidere tu se fartela succhiare o no dalle cose. “Prendi questo libro, ti cambierà la vita.” mi disse quel barbone. Tutti i passanti pensavano fosse uno psicopatico, ma io ero troppo gentile e ubriaco per rifiutare, quindi accettai di buon grado e barattai quell’oggetto con un quartino di vino brucia-budella che avevo con me. Mi ricordai di averlo dopo qualche giorno, quando avevo già ripreso il lavoro e stavo svuotando gli ultimi residui di sbronza.
Era vuoto.
Pensai subito che dovevo scriverci su qualcosa, o che cercando fra le pagine avrei trovato qualcosa di già scritto. Ma niente. Nemmeno una singola cazzo di parola. Dopo aver pensato che quell’uomo fosse veramente psicopatico capii qualcosa. Lo appoggiai aperto sul tavolo con accanto una penna, pronto per scriverci qualcosa di importante non appena ne avessi avuta l’occasione. Dopo due mesi non c’ era assolutamente niente. Iniziai a pensare a tutta la mia vita in quel momento, a quanto mi sentissi vuoto, al passato, al presente e quella stupida invenzione che è il futuro che ci rovina da sempre l’esistenza assillandoci su cosa potrebbe succedere. Forse un libro non mi ha cambiato l’esistenza, o forse si. Non so se ho voltato pagina o se forse avrei dovuto giudicare i libro guardando la copertina. Quello che più conta è che su una pagina scrissi qualcosa: PROBLEMI REAZIONE VITA. Senza sintassi.
Cosa me ne faccio ora del libro? Niente.
Se mai vi incontrerò baratterò il libro con qualcosa da mettere sotto i denti. Le pagine sono ancora completamente bianche.
Bianche perchè la pagina che ho scritto non c’è più, la porto in tasca stretta con me mentre cerco di addormentarmi, fra il freddo di questa notte e il rumore delle macchine rigate che sfrecciano incazzate per la strada.
Racconto di Francesca Marchetti
Andava passo lento verso il resto del viaggio che lo attendeva, al deserto che lo circondava e che lo stava per inghiottire come un cornetto inzuppato nella schiuma di un cappuccino (un cappuccino! nel sole cocente, pensava al cappuccino!).
Partito alla ricerca di qualcosa che solo superficialmente poteva essere la ricerca del suo se', come aveva detto a tutti, in realta' era una fuga calcolata per avere conferma di non essere qualcun altro.
Era finito nel deserto, dove il caldo gli appesantiva i pensieri e il sudore glieli scioglieva in nuvole invisibili. Non aveva mai sopportato la fatica fisica, non aveva mai fatto jogging, non si era mai fatto avanti alle proposte (femminili, soprattutto) sulla "passeggiata-perche'-fa-bene" (a cosa? alla coscienza? la mia coscienza sta bene seduta, aveva risposto).
Eppure eccolo la'. Tolte le apparenze, tolta la coscienza e la tuta larga, si avviava solitario fino alla prossima duna e alla prossima oasi dove fermarsi e guardare la gente dall'esterno. Forse dall'esterno ci aveva sempre guardato il mondo, se vogliamo dirla tutta, senza farne parte attiva ma lasciandosi calare nel ruolo del pigro osservatore; quello che sulla Prospettiva guardava ogni vetrina dei negozi solo per sbirciare i tavolini e trascinarsi cosi' fino a casa.
Non c'e' verso di far cambiare l'indole di una persona, si era detto e gli avevano detto, ma saperlo non arrestava 'gli altri' a continue ed obbligatorie paternali su come doveva uscire dalla sua gabbia accidiosa. L'unica sua forma di vita sociale era la frequentazione, assidua, delle adunate di amici per la colazione al bar e l'aperitivo al bar. Sempre lo stesso bar, ovviamente, quello a cento metri da casa. Li' se ne stava ad ascoltare i racconti e le lamentele degli altri, raramente intercalando il suo pensiero, silenziosamente raccogliendo storie e personaggi. Per fortuna ancora lo sopportavano. Una ragazza, nemmeno a pensarlo, non dopo l'ultima, che lo aveva lasciato per un culturista del quartiere piu' a nord.
Giocava in Borsa, ma dal suo portatile da casa. e con le sue doti e il suo intuito, aveva messo da parte una fortuna. Non aveva bisogno di un altro lavoro, solo per occuparsi il tempo. Gli piaceva rischiare e divincolarsi tra azioni e valute, e il resto della giornata o serata lo passava leggendo libri o ascoltando dischi, che acquistava rigorosamente da internet. Le librerie gli mettevano ansia, e i negozi di dischi erano brulicanti di invasati o saccenti, per cui se ne teneva alla larga.
La sabbia che aveva adesso nelle scarpe e che gli pizzicava la pelle lo distrasse per un attimo dalla riflessione su di se'. Una nuvola (vera, questa volta) aveva coperto per un attimo la grande stella, e la sua mente era spontaneamente volata alle immagini della sua vita. Come si sa, la solitudine piu' comunemente considerata estrema (quella in un deserto, appunto) fa riflettere. E' quello che ci si aspetta di fare affrontando in faccia una duna, immobile e silenziosa nel suo letto di granelli.
Aveva montato la sua nuova identita' di esploratore per assicurarsi che quello che era tutti i giorni (un sornione curioso nella sua tana) fosse proprio il suo io, inattaccabile. La missione stava procedendo bene, e non vedeva l'ora di sorprendere le persone che lo aspettavano a casa con queste prove schiaccianti. Non avrebbe cominciato a viaggiare piu' spesso, dopo il suo ritorno, spinto da una voglia insaziabile di stimoli geografici per ovviare al paesaggio di ogni giorno. Avrebbe fatto tutto esattamente come prima, ma aprendo una guida Lonely Planet dedicata al luogo che stava attraversando avrebbe certamente associato nuove immagini e colori, suoni e silenzi, odori e percezioni tattili, nuovi sapori. Niente foto, niente racconti in pubblico, niente "guarda, e' un luogo magico che non ti posso descrivere, sensazioni che non ti posso ripetere, devi per forza andarci". No, no, niente imposizioni di giudizio (come quella volta che lei gli presto' un volume consumato dicendogli "prendi, questo libro ti cambiera' la vita": non era cambiato proprio niente, nella sua).
La nuvola, solitaria anch'essa, era passata oltre proseguendo la sua passeggiata. Si scorgeva gia' l'infuocata visione del villaggio, ancora un po' lontana ma estremamente vicina nella concezione dello spazio in quel continente. L'acqua non stava nemmeno finendo, era proprio a posto, soddisfatto di percepire il suo viaggio cosi' come il desiderio di ritornare nel suo appartamento. I granelli di sabbia erano adesso meno oppressivi, meno compatti, quasi giocosi. sembravano muoversi per un movimento sotterraneo.
Pero' che strano, sentiva come degli aghi conficcati nella caviglia destra, da cui si stava sprigionando un dolore acuto, che sapeva di fuoco ma ghiacciava le membra. Strano, quel torpore che risaliva dalla stessa gamba, fino all'inguine, allo stomaco, no, ora fino ai polmoni...si sta prendendo le braccia...il collo.....non sente piu' le labbra.....ecco.....ma che succede.......
Partito alla ricerca di qualcosa che solo superficialmente poteva essere la ricerca del suo se', come aveva detto a tutti, in realta' era una fuga calcolata per avere conferma di non essere qualcun altro.
Era finito nel deserto, dove il caldo gli appesantiva i pensieri e il sudore glieli scioglieva in nuvole invisibili. Non aveva mai sopportato la fatica fisica, non aveva mai fatto jogging, non si era mai fatto avanti alle proposte (femminili, soprattutto) sulla "passeggiata-perche'-fa-bene" (a cosa? alla coscienza? la mia coscienza sta bene seduta, aveva risposto).
Eppure eccolo la'. Tolte le apparenze, tolta la coscienza e la tuta larga, si avviava solitario fino alla prossima duna e alla prossima oasi dove fermarsi e guardare la gente dall'esterno. Forse dall'esterno ci aveva sempre guardato il mondo, se vogliamo dirla tutta, senza farne parte attiva ma lasciandosi calare nel ruolo del pigro osservatore; quello che sulla Prospettiva guardava ogni vetrina dei negozi solo per sbirciare i tavolini e trascinarsi cosi' fino a casa.
Non c'e' verso di far cambiare l'indole di una persona, si era detto e gli avevano detto, ma saperlo non arrestava 'gli altri' a continue ed obbligatorie paternali su come doveva uscire dalla sua gabbia accidiosa. L'unica sua forma di vita sociale era la frequentazione, assidua, delle adunate di amici per la colazione al bar e l'aperitivo al bar. Sempre lo stesso bar, ovviamente, quello a cento metri da casa. Li' se ne stava ad ascoltare i racconti e le lamentele degli altri, raramente intercalando il suo pensiero, silenziosamente raccogliendo storie e personaggi. Per fortuna ancora lo sopportavano. Una ragazza, nemmeno a pensarlo, non dopo l'ultima, che lo aveva lasciato per un culturista del quartiere piu' a nord.
Giocava in Borsa, ma dal suo portatile da casa. e con le sue doti e il suo intuito, aveva messo da parte una fortuna. Non aveva bisogno di un altro lavoro, solo per occuparsi il tempo. Gli piaceva rischiare e divincolarsi tra azioni e valute, e il resto della giornata o serata lo passava leggendo libri o ascoltando dischi, che acquistava rigorosamente da internet. Le librerie gli mettevano ansia, e i negozi di dischi erano brulicanti di invasati o saccenti, per cui se ne teneva alla larga.
La sabbia che aveva adesso nelle scarpe e che gli pizzicava la pelle lo distrasse per un attimo dalla riflessione su di se'. Una nuvola (vera, questa volta) aveva coperto per un attimo la grande stella, e la sua mente era spontaneamente volata alle immagini della sua vita. Come si sa, la solitudine piu' comunemente considerata estrema (quella in un deserto, appunto) fa riflettere. E' quello che ci si aspetta di fare affrontando in faccia una duna, immobile e silenziosa nel suo letto di granelli.
Aveva montato la sua nuova identita' di esploratore per assicurarsi che quello che era tutti i giorni (un sornione curioso nella sua tana) fosse proprio il suo io, inattaccabile. La missione stava procedendo bene, e non vedeva l'ora di sorprendere le persone che lo aspettavano a casa con queste prove schiaccianti. Non avrebbe cominciato a viaggiare piu' spesso, dopo il suo ritorno, spinto da una voglia insaziabile di stimoli geografici per ovviare al paesaggio di ogni giorno. Avrebbe fatto tutto esattamente come prima, ma aprendo una guida Lonely Planet dedicata al luogo che stava attraversando avrebbe certamente associato nuove immagini e colori, suoni e silenzi, odori e percezioni tattili, nuovi sapori. Niente foto, niente racconti in pubblico, niente "guarda, e' un luogo magico che non ti posso descrivere, sensazioni che non ti posso ripetere, devi per forza andarci". No, no, niente imposizioni di giudizio (come quella volta che lei gli presto' un volume consumato dicendogli "prendi, questo libro ti cambiera' la vita": non era cambiato proprio niente, nella sua).
La nuvola, solitaria anch'essa, era passata oltre proseguendo la sua passeggiata. Si scorgeva gia' l'infuocata visione del villaggio, ancora un po' lontana ma estremamente vicina nella concezione dello spazio in quel continente. L'acqua non stava nemmeno finendo, era proprio a posto, soddisfatto di percepire il suo viaggio cosi' come il desiderio di ritornare nel suo appartamento. I granelli di sabbia erano adesso meno oppressivi, meno compatti, quasi giocosi. sembravano muoversi per un movimento sotterraneo.
Pero' che strano, sentiva come degli aghi conficcati nella caviglia destra, da cui si stava sprigionando un dolore acuto, che sapeva di fuoco ma ghiacciava le membra. Strano, quel torpore che risaliva dalla stessa gamba, fino all'inguine, allo stomaco, no, ora fino ai polmoni...si sta prendendo le braccia...il collo.....non sente piu' le labbra.....ecco.....ma che succede.......
Il segreto è nelle pieghe. Devono essere nette, ben definite.
Racconto di Diletta Fabiani
Dan sudava chino sul tavolino striminzito, le mani troppo grandi impegnate in un lavoro troppo preciso. Tuttavia non desisteva, la punta della lingua all'angolo delle labbra, un'espressione di concentrazione assoluta in volto.
Sollevò la testa, muovendo i muscoli doloranti; in quel bugigattolo puzzolente non c'erano finestre fuori dalle quali guardare, perciò chiuse gli occhi e si abbandonò sulla sedia.
Ancora.
Quella riflessione lo scosse dal suo momentaneo ozio, spingendolo ad aprire gli occhi ed a sfiorare appena il libro aperto: sotto le sue dita la carta era umida, porosa, inadatta.
Ma non riesco a pensare ad un altro modo...
Dan chiuse il libro ed osservò la copertina scolorita, pensando al suo vicino. Una persona che aveva sempre reputato normale e perfettamente inserita nel Sistema, col suo solido impiego agli Uffici Centrali; un individuo cortese che lo salutava ad ogni incontro, dicendo magari due parole sul tempo... quella stessa persona che un giorno aveva bussato alla sua porta con un pacchetto marrone.
<< Mi farebbe un' immensa cortesia? - gli aveva detto con quel suo tono di voce basso e quieto, perfettamente normale – Devo assentarmi per alcuni giorni, potrebbe custodirmi questo? >>
Dan aveva accettato perché era un gesto da buon vicino, di quelli che distinguevano la loro società da quelle caotiche del passato; ma era rimasto pietrificato quando aveva realizzato che il vicino non sarebbe tornato a prendersi il pacchetto, perché era stato giustiziato come terrorista.
Evidentemente quell'individuo era stato un soggetto pericoloso; Dan era ben contento che il Sistema avesse provveduto ad eliminarlo per la sicurezza di tutti. Però...
A me sembrava proprio una brava persona.
Per quel motivo non aveva consegnato subito il pacco alla Polizia. L'aveva fissato da un capo all'altro della cucina per due interi giorni, come se fosse una bestia feroce.
Ma alla fine l'aveva aperto.
Forse lui sapeva che non avrei resistito. Forse l'aveva capito guardandomi negli occhi, mentre mi parlava delle nuvole e del cielo.
Dentro c'era un oggetto che gli era familiare, benché l'informatica l'avesse relegato al ruolo di reperto archeologico; un libro invecchiato dal tempo con una dedica, una veloce linea d'inchiostro.
Prendi: questo libro ti cambierà la vita.
L'aveva girato attonito ed aveva fatto scorrere le pagine, sentendole crepitare sotto le dita mentre si chiedeva
perché?
sapendo che c'era solo un modo per trovare la risposta: leggere.
... e così di ritorno da Hiroshima ci siamo chiesti: cosa possiamo fare per non dimenticare? In classe abbiamo discusso ed abbiamo avuto un'idea. Su un manuale di origami...
Quel libro veniva da uno dei paesi che avevano causato la Terza Guerra con la loro condotta irresponsabile ed il loro ostinato, egoistico nazionalismo. Era sovversivo.
Ma quello che trapelava da quel libro...
... Se la pace significa tacere e piegare la testa, non la voglio. La pace dovrebbe essere un'armonia di suoni diversi, non un silenzio assordante.
Qui e là c'erano delle annotazioni fatte a matita (del suo vicino? Di altre persone?). Tra tutte, una frase aveva catturato la sua attenzione ed aveva preso a risuonargli incessantemente nel cervello come un grido d'allarme.
E SE CI AVESSERO RACCONTATO SOLO BUGIE?
... si dice che moriremo tutti, che ci bombarderanno, che ci sono ancora in giro armi atomiche della Seconda Guerra Mondiale. Ho così paura...
... non avremo mai occasione di vederle volare nel cielo...
Quelle pagine avevano scosso Dan, dentro.
Aveva cominciato a chiederselo mentre camminava, mentre lavorava, mentre tornava a casa in metropolitana ed osservava i volti impassibili degli altri viaggiatori.
E se ci avessero raccontato solo bugie? Sulla guerra, sulle ragioni della guerra, su tutto?
Ma aveva presto capito che non c'era nessuno a cui chiedere, nessuno che avrebbe risposto. E forse, un mondo in cui nessuno sapeva dare quel tipo di risposte o si poneva quel tipo di domande... forse non era un mondo del tutto normale.
Se solo se ne potesse parlare...
Per quel motivo lavorava, notte dopo notte. Proprio una figura stampata su quelle pagine gli avevano dato l'idea.
... abbiamo deciso per le gru, perché sono un antico simbolo di buon augurio. Un augurio che i problemi si possano risolvere parlando, anche urlando, ma senza morire. Le legheremo a dei palloncini e le faremo salire nel cielo, affinché il mondo le veda e pensi prima di agire...
Disperderle nel vento non era la strategia giusta. La gente doveva sapere.
Dan osservò il cesto ai suoi piedi. Ce n'erano già abbastanza per il treno che prendeva ogni mattina, ma voleva farne di più, doveva farne di più, fino a che il libro non fosse finito, fino a che ogni pagina non fosse stata utilizzata.
Con un lieve sorriso sulle labbra si rimise diligentemente al lavoro.
Il segreto è nelle pieghe, lo so. Questa carta non è proprio adatta, ma farò del mio meglio.
Dan sudava chino sul tavolino striminzito, le mani troppo grandi impegnate in un lavoro troppo preciso. Tuttavia non desisteva, la punta della lingua all'angolo delle labbra, un'espressione di concentrazione assoluta in volto.
Sollevò la testa, muovendo i muscoli doloranti; in quel bugigattolo puzzolente non c'erano finestre fuori dalle quali guardare, perciò chiuse gli occhi e si abbandonò sulla sedia.
Ancora.
Quella riflessione lo scosse dal suo momentaneo ozio, spingendolo ad aprire gli occhi ed a sfiorare appena il libro aperto: sotto le sue dita la carta era umida, porosa, inadatta.
Ma non riesco a pensare ad un altro modo...
Dan chiuse il libro ed osservò la copertina scolorita, pensando al suo vicino. Una persona che aveva sempre reputato normale e perfettamente inserita nel Sistema, col suo solido impiego agli Uffici Centrali; un individuo cortese che lo salutava ad ogni incontro, dicendo magari due parole sul tempo... quella stessa persona che un giorno aveva bussato alla sua porta con un pacchetto marrone.
<< Mi farebbe un' immensa cortesia? - gli aveva detto con quel suo tono di voce basso e quieto, perfettamente normale – Devo assentarmi per alcuni giorni, potrebbe custodirmi questo? >>
Dan aveva accettato perché era un gesto da buon vicino, di quelli che distinguevano la loro società da quelle caotiche del passato; ma era rimasto pietrificato quando aveva realizzato che il vicino non sarebbe tornato a prendersi il pacchetto, perché era stato giustiziato come terrorista.
Evidentemente quell'individuo era stato un soggetto pericoloso; Dan era ben contento che il Sistema avesse provveduto ad eliminarlo per la sicurezza di tutti. Però...
A me sembrava proprio una brava persona.
Per quel motivo non aveva consegnato subito il pacco alla Polizia. L'aveva fissato da un capo all'altro della cucina per due interi giorni, come se fosse una bestia feroce.
Ma alla fine l'aveva aperto.
Forse lui sapeva che non avrei resistito. Forse l'aveva capito guardandomi negli occhi, mentre mi parlava delle nuvole e del cielo.
Dentro c'era un oggetto che gli era familiare, benché l'informatica l'avesse relegato al ruolo di reperto archeologico; un libro invecchiato dal tempo con una dedica, una veloce linea d'inchiostro.
Prendi: questo libro ti cambierà la vita.
L'aveva girato attonito ed aveva fatto scorrere le pagine, sentendole crepitare sotto le dita mentre si chiedeva
perché?
sapendo che c'era solo un modo per trovare la risposta: leggere.
... e così di ritorno da Hiroshima ci siamo chiesti: cosa possiamo fare per non dimenticare? In classe abbiamo discusso ed abbiamo avuto un'idea. Su un manuale di origami...
Quel libro veniva da uno dei paesi che avevano causato la Terza Guerra con la loro condotta irresponsabile ed il loro ostinato, egoistico nazionalismo. Era sovversivo.
Ma quello che trapelava da quel libro...
... Se la pace significa tacere e piegare la testa, non la voglio. La pace dovrebbe essere un'armonia di suoni diversi, non un silenzio assordante.
Qui e là c'erano delle annotazioni fatte a matita (del suo vicino? Di altre persone?). Tra tutte, una frase aveva catturato la sua attenzione ed aveva preso a risuonargli incessantemente nel cervello come un grido d'allarme.
E SE CI AVESSERO RACCONTATO SOLO BUGIE?
... si dice che moriremo tutti, che ci bombarderanno, che ci sono ancora in giro armi atomiche della Seconda Guerra Mondiale. Ho così paura...
... non avremo mai occasione di vederle volare nel cielo...
Quelle pagine avevano scosso Dan, dentro.
Aveva cominciato a chiederselo mentre camminava, mentre lavorava, mentre tornava a casa in metropolitana ed osservava i volti impassibili degli altri viaggiatori.
E se ci avessero raccontato solo bugie? Sulla guerra, sulle ragioni della guerra, su tutto?
Ma aveva presto capito che non c'era nessuno a cui chiedere, nessuno che avrebbe risposto. E forse, un mondo in cui nessuno sapeva dare quel tipo di risposte o si poneva quel tipo di domande... forse non era un mondo del tutto normale.
Se solo se ne potesse parlare...
Per quel motivo lavorava, notte dopo notte. Proprio una figura stampata su quelle pagine gli avevano dato l'idea.
... abbiamo deciso per le gru, perché sono un antico simbolo di buon augurio. Un augurio che i problemi si possano risolvere parlando, anche urlando, ma senza morire. Le legheremo a dei palloncini e le faremo salire nel cielo, affinché il mondo le veda e pensi prima di agire...
Disperderle nel vento non era la strategia giusta. La gente doveva sapere.
Dan osservò il cesto ai suoi piedi. Ce n'erano già abbastanza per il treno che prendeva ogni mattina, ma voleva farne di più, doveva farne di più, fino a che il libro non fosse finito, fino a che ogni pagina non fosse stata utilizzata.
Con un lieve sorriso sulle labbra si rimise diligentemente al lavoro.
Il segreto è nelle pieghe, lo so. Questa carta non è proprio adatta, ma farò del mio meglio.
Porta a porta
Racconti di Cristiano Micucci
Se un precario è considerato il piano terra della gerarchia lavorativa, io dovrei trovarmi pressappoco un paio di metri sotto il livello degli scantinati: dovrebbero esserci le fogne a quella profondità. Galleggio infatti in quella ribollente melma in forma di disoccupato con profilo dichiaratamente invendibile nel bazar dell’occupazione; sono una merce rimasta invenduta in magazzino. Magari qualcuno mi ha anche cercato, mi ha richiesto: “Ha mica uno di quei disoccupati sfigati, magari con laurea in filosofia? Capito di che modello parlo? Quelli che fanno tanta tenerezza… E’ per mia nipote…”.
“Signora, se mi dà un attimo controllo: fosse rimasto un fondo di magazzino... ma non credo, sa”.
E invece io ci sono in quel magazzino polveroso, ma sono nell’angolo più lontano, guarda caso dove s’è fulminata la lampadina. Nascosto da un laureato sfigato in scienze politiche, notoriamente più voluminoso.
Quando si posiziona idealmente il proprio ego a metà strada tra una fogna puzzolente ed un magazzino pieno di muffa, si prendono decisioni che possono apparire discutibili ai benpensanti, i quali comunque farebbero bene a pensare agli affari propri senza mettersi a commentare i comportamenti altrui, in particolare quelli del sottoscritto. A dirla tutta la decisione che ho preso appare discutibile persino a me – non per questo sono un benpensante, sia chiaro -, anzi, più che discutibile direi tragica: fare un corso per diventare venditore a domicilio di enciclopedie. Catastrofica, meglio ancora.
La trafila è dannatamene facile: dalla lettura dell’annuncio sul giornale al ritrovarmi davanti Paolo, questa specie di alieno antropomorfo in gessato e basette calcolate al micron che pare sarà il mio insegnante, passano meno di ventiquattr’ore. Se la giustizia funzionasse con tale velocità saremmo tutti in galera. La rapidità è essenziale: il precipitare degli eventi rimane a livello subliminale, non si ha il tempo di mettere a fuoco, di vedere che ti hanno messo una pala in mano e stai scavando per scoprire cosa c’è al di sotto delle fogne. E che hai pagato per scavare.
Il corso segue la stessa folle dinamica. Fulmineo, senza fiato. Poche lezioni di molte ore in pochi giorni. Deve averlo ideato Kubrik, prima di ‘Arancia meccanica’, per poi autoispirarsi in vista del film. A fine corso non dubito di aver perso metà del mio quoziente intellettivo: non so di quale enciclopedia dovrò vendere i volumi, che peraltro non ho mai visto, non so come farlo, o ancor peggio perché, chi dovrebbero essere i miei clienti, quanto costa quanto mi pagano quando mi pagano… mi pagano?!
Qualcosa però è rimasto. Dio mio: dell’intero corso mi resta incisa in profondità nei neuroni una ed una sola frase, anzi no, la frase. Il motto, lo slogan, la parola sacra della maligna divinità che generò un universo suddiviso in volumi tomi appendici e aggiornamenti. E decise di farlo vendere porta a porta. Mi suona talmente familiare da sentire mia madre che la pronuncia mentre ancora sono nella culla; sono le prima parole che ho pronunciato, quelle che per la prima volta ho scritto e quelle con cui ho imbrattato la parete del gabinetto del liceo, è il titolo della mia tesi. L’imperativo morale che oscura persino quello di Kant. Logos puro. “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”. E’ il verbo che devo diffondere, spinto dalla fede.
Mi ritrovo apostolo di enciclopedie, con in più la mia firma su un contratto come venditore che neanche Satana avrebbe saputo redigere. Credo ci sia scritto che per tre vite dovrò fare questo mestiere: senza promozioni, poi si vedrà.
La domenica la passo in stato catatonico, probabilmente è l’effetto collaterale delle droghe che mi hanno iniettato durante il corso. Visioni di creature libriformi si alternano al viso di Paolo, l’insegnate profeta che mi ha trasmesso la parola.
Lunedì mattina esco di casa e senza mettere in moto il lato razionale del mio cervello mi faccio guidare da un istinto, un’ispirazione che viene dall’alto. Un faro mi guida.
Prendo un autobus a caso, scendo e di nuovo un altro autobus a caso. La città è grande, non so più dove sono, ma una luce metafisica mi guida. Scendo e cammino per una buona mezz’ora tra edifici che non riconosco. D’improvviso mi blocco: un numero civico. 42. Vado al portone e lo trovo aperto. E’ la Via. Entro e m’infilo nell’ascensore, poi all’ultimo piano scendo e mi faccio un paio di rampe di scale in discesa. Un corridoio lungo con molte porte. Cammino lentamente. Ne passo tre, quattro, poi mi blocco. Ci sono.
Non c’è cognome sul campanello. Suono. Un leggero tremore alla mano: l’emozione del portare la parola. Il Verbo sta per prorompere dal mio petto, la gola quasi esplode cercando di trattenere un grido che sarà cibo per le menti. Sento i passi dietro la porta, poi la porta che inizia ad aprirsi, un’ombra, una forma. Non riesco più a trattenermi e finalmente pronuncio la Parola: “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”.
“Non compriamo niente”.
E’ Paolo, l’insegnante del corso.
Che lavoro di merda.
Se un precario è considerato il piano terra della gerarchia lavorativa, io dovrei trovarmi pressappoco un paio di metri sotto il livello degli scantinati: dovrebbero esserci le fogne a quella profondità. Galleggio infatti in quella ribollente melma in forma di disoccupato con profilo dichiaratamente invendibile nel bazar dell’occupazione; sono una merce rimasta invenduta in magazzino. Magari qualcuno mi ha anche cercato, mi ha richiesto: “Ha mica uno di quei disoccupati sfigati, magari con laurea in filosofia? Capito di che modello parlo? Quelli che fanno tanta tenerezza… E’ per mia nipote…”.
“Signora, se mi dà un attimo controllo: fosse rimasto un fondo di magazzino... ma non credo, sa”.
E invece io ci sono in quel magazzino polveroso, ma sono nell’angolo più lontano, guarda caso dove s’è fulminata la lampadina. Nascosto da un laureato sfigato in scienze politiche, notoriamente più voluminoso.
Quando si posiziona idealmente il proprio ego a metà strada tra una fogna puzzolente ed un magazzino pieno di muffa, si prendono decisioni che possono apparire discutibili ai benpensanti, i quali comunque farebbero bene a pensare agli affari propri senza mettersi a commentare i comportamenti altrui, in particolare quelli del sottoscritto. A dirla tutta la decisione che ho preso appare discutibile persino a me – non per questo sono un benpensante, sia chiaro -, anzi, più che discutibile direi tragica: fare un corso per diventare venditore a domicilio di enciclopedie. Catastrofica, meglio ancora.
La trafila è dannatamene facile: dalla lettura dell’annuncio sul giornale al ritrovarmi davanti Paolo, questa specie di alieno antropomorfo in gessato e basette calcolate al micron che pare sarà il mio insegnante, passano meno di ventiquattr’ore. Se la giustizia funzionasse con tale velocità saremmo tutti in galera. La rapidità è essenziale: il precipitare degli eventi rimane a livello subliminale, non si ha il tempo di mettere a fuoco, di vedere che ti hanno messo una pala in mano e stai scavando per scoprire cosa c’è al di sotto delle fogne. E che hai pagato per scavare.
Il corso segue la stessa folle dinamica. Fulmineo, senza fiato. Poche lezioni di molte ore in pochi giorni. Deve averlo ideato Kubrik, prima di ‘Arancia meccanica’, per poi autoispirarsi in vista del film. A fine corso non dubito di aver perso metà del mio quoziente intellettivo: non so di quale enciclopedia dovrò vendere i volumi, che peraltro non ho mai visto, non so come farlo, o ancor peggio perché, chi dovrebbero essere i miei clienti, quanto costa quanto mi pagano quando mi pagano… mi pagano?!
Qualcosa però è rimasto. Dio mio: dell’intero corso mi resta incisa in profondità nei neuroni una ed una sola frase, anzi no, la frase. Il motto, lo slogan, la parola sacra della maligna divinità che generò un universo suddiviso in volumi tomi appendici e aggiornamenti. E decise di farlo vendere porta a porta. Mi suona talmente familiare da sentire mia madre che la pronuncia mentre ancora sono nella culla; sono le prima parole che ho pronunciato, quelle che per la prima volta ho scritto e quelle con cui ho imbrattato la parete del gabinetto del liceo, è il titolo della mia tesi. L’imperativo morale che oscura persino quello di Kant. Logos puro. “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”. E’ il verbo che devo diffondere, spinto dalla fede.
Mi ritrovo apostolo di enciclopedie, con in più la mia firma su un contratto come venditore che neanche Satana avrebbe saputo redigere. Credo ci sia scritto che per tre vite dovrò fare questo mestiere: senza promozioni, poi si vedrà.
La domenica la passo in stato catatonico, probabilmente è l’effetto collaterale delle droghe che mi hanno iniettato durante il corso. Visioni di creature libriformi si alternano al viso di Paolo, l’insegnate profeta che mi ha trasmesso la parola.
Lunedì mattina esco di casa e senza mettere in moto il lato razionale del mio cervello mi faccio guidare da un istinto, un’ispirazione che viene dall’alto. Un faro mi guida.
Prendo un autobus a caso, scendo e di nuovo un altro autobus a caso. La città è grande, non so più dove sono, ma una luce metafisica mi guida. Scendo e cammino per una buona mezz’ora tra edifici che non riconosco. D’improvviso mi blocco: un numero civico. 42. Vado al portone e lo trovo aperto. E’ la Via. Entro e m’infilo nell’ascensore, poi all’ultimo piano scendo e mi faccio un paio di rampe di scale in discesa. Un corridoio lungo con molte porte. Cammino lentamente. Ne passo tre, quattro, poi mi blocco. Ci sono.
Non c’è cognome sul campanello. Suono. Un leggero tremore alla mano: l’emozione del portare la parola. Il Verbo sta per prorompere dal mio petto, la gola quasi esplode cercando di trattenere un grido che sarà cibo per le menti. Sento i passi dietro la porta, poi la porta che inizia ad aprirsi, un’ombra, una forma. Non riesco più a trattenermi e finalmente pronuncio la Parola: “Prendi: questo libro ti cambierà la vita”.
“Non compriamo niente”.
E’ Paolo, l’insegnante del corso.
Che lavoro di merda.
Iscriviti a:
Post (Atom)